Numero 125 - Novembre 2008
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Era 2000 OnLine
Reg. Trib. di Perugia
N. 15/2005 del 07/06/2005
era2000
Direttore Responsabile
Mauro Piergentili
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La padrona del giardino
di Daniele Cestellini
Nel nuovo disco Carlo Muratori sperimenta il connubio tra lingua, dialetto e musica

Muratori ci ha regalato una combinazione originale e una selezione attenta di elementi musicali e testuali che fanno del suo ultimo disco “La padrona del giardino” una delle esperienze più interessanti degli ultimi anni nel campo della musica di ispirazione popolare.
Le connessioni sono straordinarie: gli equilibri tra l’evocazione delle espressioni tradizionali e le composizioni originali si inquadrano in un’armonia non comune. Le parole sono morbide e modellate con grande maestria. D’altronde Carlo Muratori è un grande navigatore di questo mare di musiche popolari. Antiche e contemporanee. O di musiche nuove, oggi paradossalmente innovative più di altre, proprio in virtù del loro legame con il patrimonio sonoro di tradizione orale. Ogni volta è straordinario scoprire la profondità di questo mare, tanto ampio è lo spettro di quei suoni che oscillano tesi fra le mani e le corde di persone lontane dallo spettacolo più convenzionale. “Fabbrico” è un esempio straordinario dell’ordine cui si fa riferimento: allo stesso tempo, infatti, il brano riflette le mille articolazioni del progetto – che va annoverato senza dubbio nelle produzioni “d’autore” di Muratori, che egli stesso separa da quelle elaborate a più stretto contatto con la “musica popolare” – e registra molti degli elementi di stile che sono presenti in tutto il disco. In un certo senso, è come se l’incastro e la metrica delle narrazioni ci spingessero a toccare ogni singola sillaba – a toccarne il corpo, la pelle – ad avvicinarsi piegandosi in avanti verso la fonte del suono, quasi fosse possibile modellarne l’ordine e il profilo con l’ascolto: “lavoro da un po’ di tempo su una terra in mezzo al mare/ la sua storia e il suo passato mi piace puntellare”. Alcuni passi riflettono la sintonia e l’armonia che il cantante Muratori ricerca nell’isola, così come ritraggono il livello della selezione poetica del musicista Muratori: “mi piace dare un tetto alle parole siciliane/ alcune preziosissime come perle di collane/ molte hanno le rughe/ sono senza compagnia/ mi piace custodirle/ farne poesia”. Che si integra col suono di “E la vo lu figghiu beddhu, quannu crisci lu faciemu munacheddhu; munacheddhe ra badia, ccu Ggesuzzu e ccu Maria”, frammento di una ninnananna tratta da “Musica e tradizione orale a Buscemi”, della collana “Archivio Sonoro Siciliano”.
Il disco scorre tra argomenti diversi, attraverso i quali si delinea l’interesse dell’autore nei confronti di una narrazione certamente innovativa, sia dal punto di vista musicale che testuale. In questo quadro gli argomenti trattati spaziano dalla ricerca intimistica e dalla riflessione introspettiva, all’interpretazione e alla proposizione di temi di attualità. Queste scelte appaiono molto interessanti sia sul piano del contenuto che sul piano del metodo. Le suggestioni di “Nassiriya”, ad esempio, si amplificano sicuramente grazie alle scelte musicali – di cui accennerò fra breve – ma è soprattutto il testo a destare l’attenzione. Anche in questo caso le parole sono sottoposte ad uno studio attento da cui emerge la forte musicalità di un incastro che Muratori propone al meglio. Come ho già sottolineato, il dialetto e l’italiano si integrano e si alternano, disegnando un flusso di suoni armonico che rende l’ascolto sempre interessante: “Era un camion o un animale?/ l’occhi nun lu pottinu taljari/ Era un lampo senza tuono/ leggiu leggiu comu’n fogghiu di giurnali”. Lo svolgimento nello scenario qui descritto riconosce alla riflessione un solo epilogo, chiuso, arginato da un indefinito senza soluzione. Carico di angoscia e dubbi, senza risposta: “Bedda cu’u sa se tornu”, che si inquadra in una rappresentazione veritiera, precisa, allo stesso tempo paradossale e moderna, della guerra, dei suoi motivi ed esiti: “Bella domani parto/ che la guerra è pane e lacrime/ Bedda dumani partu/ ca la guerra è pani e lacrimi”. E la musica incornicia ogni tono e ogni fonema in una relazione diretta: anche quando si apre lo spazio musicale, non si avverte una riduzione dell’orizzonte, piuttosto prendono forma più nettamente l’immaginario del narratore. Lo squarcio del nay in “Nassiriya” è una finestra sulla visione evocata, è un soffio che sembra una raffica, una scarica. È il vento e il volo, come una foglia d’arancio, “comu pampina d’aranci”. È una lama vibrante, stridula e suadente, che come un rasoio – ci ricorda Muratori – taglia in due il lenzuolo del cielo di chi ascolta.

 
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