Un giorno mio padre mi raccontò la sua prima esperienza del mare con gli scogli in Sicilia: aveva 15 anni. Nato e vissuto, nell’infanzia, vicino al mare, in Adriatico, spiaggia e sabbia a non finire, nell’anno 1953 partì in autobus da Roseto Degli Abruzzi fino a Roma per poi percorrere in treno il tratto da Roma fino a Castel di Tusa, a est di Cefalù, sulla costa siciliana, quella  bagnata dal mar tirreno. Quasi tutto il tragitto lo fece sveglio, incuriosito dalle soste, dai panorami, dai viaggiatori che salivano e scendevano; gli sembrava di essere dietro le quinte di un teatro: l’abbigliamento, i dialetti che cambiavano man mano che si spostava, gli usi e costumi dei passeggeri, grossi pacchi legati come nei films del neorealismo, chi mangiava in continuazione, chi dormiva e bambini che spesso piangevano per capricci. Allora i posti dei viaggiatori si dividevano in tre classi: la prima, con divani di velluto rosso che era quasi inaccessibile per l’alto costo del biglietto, la seconda, sempre con divani, ma più consunti, di solito acquistati dalla cosiddetta classe borghese ed infine la terza, con sedili di legno, senza compartimenti chiusi, a quattro o sei posti. Mio padre era in seconda, quasi inumano viaggiare in terza, anche se molti nostri emigranti l’hanno conosciuta bene e per viaggi più lunghi. Il treno era diretto, senza cambi, fino a Palermo, passando appunto per la stazione di Tusa, la loro fermata, vicino Cefalù. Ad ogni stazione c’era gente che si affacciava per acquistare un panino dai carrettini degli ambulanti lungo il marciapiede, per lanciare l’ultimo saluto a chi era sceso o guardare dov’era l’amico o il parente che doveva salire. Chi stendeva un pacco dal finestrino a chi era sotto in attesa di andar via. Poi il treno ripartiva, al fischio del capostazione, che alzava il braccio con la “paletta” dal segnale verde: era l’ok che tutto era a posto, sportelli chiusi, situazione sotto controllo e un colpo di fischietto ordinava di mettere in moto la locomotiva. Chi era sceso invece attraversava i binari (poche stazioni avevano i sottopassaggi per i pedoni) e continuava con il braccio a gesticolare verso un punto che si allontanava. I distacchi più profondi erano accompagnati da lacrime e scene indescrivibili, raccomandazioni urlate, consigli ripetuti e per tutti c’era il “mi raccomando, appena arrivi scrivi”! Era il 1953, a mala pena in casa si aveva un telefono a muro o si comunicava tramite telefoni pubblici con cabina prenotando la telefonata e attendendo in turno la chiamata. La signorina dietro il bancone delle prenotazioni, al dunque, diceva ad alta voce “ Roma alla cabina 3!, Pescara alla 2!”. Il costo era secondo i minuti di durata e siccome era “salato” la telefonata era sempre la stessa nei contenuti: “ Tutto bene, il viaggio è stato lungo, mi raccomando, scrivi presto, non fare come al solito, un bacio a tutti.”. All’arrivo c’era sempre un gruppo di parenti ad attendere. Mio padre ricorda di essere stato frastornato dagli abbracci, gentilezze, chi voleva portare la valigia, chi si preoccupava del disagio del viaggio, chi chiedeva dei parenti lasciati in Abruzzo. La stazione di arrivo era Castel di Tusa, sulla costa, ma la meta finale nell’interno, circa 10 km, a Tusa. Ci volle una notte ed un risveglio a tarda mattinata per riprendersi dal viaggio. Praticamente la vacanza iniziò da subito, e i ricordi anche tramandati nei racconti sono rimasti bellissimi. …continua

Emanuele Chiappini Guerrieri

Foto: web unitalsiemiliaromagna.it

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