“Krzysztof Kieslowski: il caso e la necessità”, oltre ad essere un titolo che sarà facilmente considerato come idealmente rappresentativo del cinema del regista polacco, è stato anche il titolo di una retrospettiva realizzata a Roma dal Centro Sperimentale di Cinematografia in collaborazione con la Filmoteka Narodowa di Varsavia, con l’Istituto Polacco di Cultura a Roma e con il Cinit.
Krzysztof Kieslowski è nato a Varsavia, il 27 giugno 1941, dov’è morto il 13 marzo 1996. Dapprima autore di numerosi cortometraggi (soprattutto, documentari), è poi divenuto sceneggiatore per poi passare alla regia. L’infanzia e l’adolescenza dell’autore polacco è stata segnata dai continui spostamenti della famiglia, dovuti ai tentativi di curare il padre sofferente di tubercolosi. Nonostante tutto, quando il regista non era ancora maggiorenne, il padre morì. Il giovane Krzysztof studiò in una scuola di tecniche teatrali, cominciando a dipingere le scenografie per gli spettacoli. All’età di ventotto anni, si laureò alla Scuola Superiore di Cinema di Lodz, ed iniziò la sua esperienza di autore di numerosi documentari per la televisione e per il cinema. Autore scomodo, e persona autentica, ebbe non pochi problemi con le autorità comuniste. Varie volte gli vennero sequestrate le pellicole girate. Quando decise di fare il grande salto verso il lungometraggio, decise di avvalersi della collaborazione – per la stesura delle sceneggiature – di un amico avvocato, Krzysztof Piesiewicz. Raggiunto ben presto il grande successo internazionale, è scomparso a soli cinquantacinque anni, per un attacco cardiaco. Specializzato in opere “seriali” (come i dieci mediometraggi de “Il Decalogo”, e la trilogia “Blu – Bianco – Rosso”), il regista polacco è morto mentre stava lavorando ad una trilogia dedicata a “La Divina Commedia”, di Dante Alighieri, che si sarebbe dovuta realizzare lungo un percorso di tre lungometraggi dedicati, uno ciascuno, all’Inferno, al Purgatorio ed al Paradiso.
La filmografia del grande autore polacco è ricca, nonostante la brevità della carriera. L’esordio è del 1966, con il documentario “Tramwaj”. Saltando, per ovvie ragioni di spazio, il lungo elenco di cortometraggi realizzati, si arriva al primo mediometraggio, che risale al 1972: “Robotnicy 1971 – Nic o nas bez nas”; poi, il primo film per la televisione polacca, del 1975: “Personel”. Un buon successo ottiene, nel 1984, il film “Senza fine” (“Bez konca”); ma la grande affermazione internazionale arriva nel 1988 con una serie di dieci mediometraggi realizzati per la televisione polacca, cui ho fatto cenno poc’anzi: “Dekalog”, che prende liberamente spunto dai Dieci Comandamenti. Il quinto episodio della serie è diventato un film intitolato “Breve film sull’uccidere” (“Krotki film o zabijaniu”); analoga sorte è toccata al sesto episodio, divenuto film con il titolo “Non desiderare la donna d’altri” (“Krotki film o milosci”). Del 1991 è “La doppia vita di Veronica” (“La double vie de Véronique” – “Podwojne zycie Weroniki”), che riscuote uno straordinario successo in tutto il mondo. Successo confermato, tra il 1993 ed il 1994, con la trilogia “Tre colori”: “Film blu”, “Film bianco”, “Film rosso”.
L’omaggio al grande autore polacco, svoltosi a Roma, ha permesso di assistere ad una lunga ed interessante retrospettiva, oltre a prevedere un incontro con Krzysztof Wierzbicki ed una tavola rotonda con Serafino Murri e Jerzy Stuhr.
Serafino Murri, nel 1996, scriveva: “Se Kieslowski dichiarava il pessimismo della sua ragione, lo faceva senza perdere quella “speranza che comunicare sia possibile” che nasce dal dialogo costante con le proprie domande, dal filo ininterrotto con le proprie emozioni. In un certo senso, il suo è un cinema senza messaggio, perché tende a precedere il messaggio per esprimere le emozioni ancora inarticolate, e avvicinarsi così a vedere chiaro in quell’intreccio di caso e necessità che è il mondo. Quello dei suoi film è un mondo senza certezze, a cui viene sottratto il punto di vista super partes che accomuna lo sguardo del narratore a quello di Dio. Ma è proprio quest’assenza di certezze a rendere l’atto di vivere grande, meraviglioso. La vita per Kieslowski era già un miracolo inspiegabile, che non ha bisogno dello sguardo di un Dio per manifestarsi. Basta lo sguardo appassionato di un uomo che non smette di farsi domande, per farla emergere in tutta la sua forza”.
La rassegna è stata l’occasione per ricordare l’opera dell’apprezzato regista polacco, scomparso, improvvisamente e prematuramente, nel 1996. Si è potuto assistere alla proiezione di pellicole internazionalmente note così come a films conosciuti prevalentemente in Polonia. Tra i più noti, ne vogliamo ricordare alcuni. Cominciamo con “Film blu” (“Film bleu”, Francia/Polonia 1992), con Juliette Binoche, Benoit Regent ed Hélène Vincent. Julie sopravvive ad un grave incidente stradale, nel quale perdono la vita il marito e la figlia. Dopo aver tentato il suicidio, una volta uscita dall’ospedale, decide di vendere la casa dove abitava con la famiglia per liberarsi di ogni ricordo del passato, e si trasferisce a Parigi. Tante cose cambiano, anche nel suo dolore, quando viene a sapere che il marito aveva un’amante. Il film si è aggiudicato il Leone d’oro a Venezia.
Secondo episodio della trilogia è “Film bianco” (“Film blanc”, Francia/Polonia 1993), con Zbigniew Zamachowski, Julie Delpy, Janosz Gajos e Jerzy Stuhr. Karol, un parrucchiere polacco, dopo aver sposato la bella Dominique, è vittima di una impotenza di natura psicologica. La moglie lo ripudierà, riducendolo a chiedere l’elemosina nella metropolitana. Dopo un lungo periodo drammatico, vissuto in giro per la Polonia, riesce a fare fortuna ed escogita una trappola per attirare la sua ex-moglie al fine di “vendicarsi”.
Il film che chiude la trilogia è l’affascinante “Film rosso” (“Film rouge”, Francia/Polonia 1994), interpretato da due attori in stato di grazia, Jean-Louis Trintignant ed Irene Jacob. Valentine, una giovane modella, investe un cane alla guida della sua macchina. Lo soccorre il cane, ne legge la targhetta con l’indirizzo del padrone, e si mette a cercarlo. Trova, in una villa, un anziano gentiluomo che vive abbandonato a se stesso spiando le conversazioni telefoniche. Ma grazie all’amicizia che stringe con la modella, il giudice trova una via d’uscita dalla sua misantropia. Assurdamente ignorato dalla giuria della Mostra di Venezia, questo è l’ultimo film di Kieslowski, che morirà di infarto dopo circa due anni.
Ho aperto la carrellata sui films di maggior successo internazionale del maestro polacco con questa triologia che, probabilmente, rappresenta il suo apice di riconoscibilità nel mondo. Ma già l’anno prima dell’inizio della citata trilogia, Kieslowski (sempre in collaborazione con il fidato Krzysztof Piesiewicz) aveva avuto un importantissimo riscontro con “La doppia vita di Veronica” (“La double vie de Véronique”, Francia/Polonia 1991), sempre con la bella e brava Irene Jacob, e con Aleksander Bardini, Wladislaw Kowalski ed Halina Griglaszewska. Weronika è una giovane e brava cantante che vive in Polonia. Vince un concorso per entrare in un coro importante, ma non tutto va così positivamente nella sua vita, anzi, tutt’altro; la ragazza, difatti, è gravemente malata di cuore. Nel giorno del suo esordio a teatro muore improvvisamente sulla scena. Véronique, invece, vive in Francia. Anche lei canta molto bene e soffre di cuore. Un marionettista le spiega il significato delle sue strane premonizioni con l’esistenza di un suo “doppio” in Polonia, con la quale Véronique si è fortuitamente incontrata nel corso di una manifestazione di piazza. Meritato premio ad Irene Jacob quale miglior attrice al Festival di Cannes.
Un’altra opera seriale, non una trilogia di lungometraggi ma ben dieci mediometraggi di circa un’ora l’uno, aveva dato il successo in Polonia (e, successivamente, anche all’estero) al regista polacco. Si tratta de “Il Decalogo”, opera realizzata per la televisione pubblica polacca tra il 1987 ed il 1988, partendo da “I Dieci Comandamenti”. Un’opera complessa e meravigliosa. Alcuni di questi mediometraggi per la tv sono diventati lungometraggi per il cinema. Per non dilungarci sull’interezza dell’encomiabile opera (che potrete trovare facilmente in dvd o in vhs), facciamo menzione proprio degli episodi portati, in versione allungata, sul grande schermo. “Breve film sull’uccidere” (“Krótki film o zabijaniu”, Polonia 1987), con Miroslaw Baka, Krzysztof Globisz e Jan Tesarz, è l’”allargamento” del quinto episodio del Decalogo, e racconta la storia di un giovane sbandato che uccide un tassista in modo atroce tanto quanto senza apparente motivo. A seguito di questo assurdo delitto, egli viene condannato a morte ed impiccato. Il film, Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes, ci mostra le vite del tassista, del suo assassino e dell’avvocato di quest’ultimo, con grande freddezza e realismo. Kieslowski ha il merito di mostrarci il vero volto del “Male”, nell’atroce delitto, ma anche nell’esecuzione dell’assassino. “Non desiderare la donna d’altri” (“Krótki film o milosci”, Polonia 1988), con Grazyna Szapolowska, Olaf Lubaszenko, Stefania Iwinska ed Artur Barcis, è la versione cinematografica del sesto episodio televisivo, e narra la storia di Tomek, giovanissimo impiegato presso un ufficio postale, invaghitosi di una bella donna, sua vicina di casa e cliente dell’ufficio presso cui il giovane lavora, fino al punto di spiarla con un cannocchiale e di mandarle false comunicazioni che obbligano la donna a recarsi presso l’ufficio postale. Quando Magda va per la seconda volta all’ufficio postale per riscuotere un falso mandato di pagamento, Tomek le dichiara il suo amore e le confessa che la sta spiando.
Come detto, non ci dilunghiamo sugli altri episodi, presenti nelle confezioni dvd o vhs, limitandoci ad una rapida menzione di alcuni di essi. Nel primo episodio, si narra la storia di un professore e di suo figlio. Tra i due c’è una grande intesa. Il padre crede ciecamente nella scienza, e secondo calcoli complesso al computer, è certo che suo figlio possa giocare sul piccolo lago ghiacciato vicino casa, perché non potrà cedere. Invece, ciò accadrà, ed il bambino morirà. Dolorosa rappresentazione della presuntuosa certezza che l’uomo ha di capire e gestire tutto, facendo a meno di Dio e dell’umiltà. Nel secondo episodio troviamo una donna, Dorata, alle prese con un marito, Andrzej, malato terminale di cancro. Nel suo stesso palazzo abita il primario che lo cura in ospedale. La donna scopre di essere incinta di Janek, un amico del marito. La donna vive un doppio dramma personale, che lo porta ad incontrarsi e scontrarsi con il primario, prima distratto, poi sempre più partecipe di questa dolorosa situazione. Il terzo mediometraggio ci fa vivere la vigilia di natale del tassista Janusz, tra la sua famiglia e la sua ex amante Ewa. Il quarto ci racconta di Anka, giovane studentessa dell’Accademia di arte drammatica, che vive col padre Michal. Un rapporto molto stretto, che cambia bruscamente quando la ragazza scopre una busta scritta da Michal, con su scritto “aprire dopo la mia morte”. La ragazza apre la busta e scopre che lui non è suo padre.
Il regista polacco ci avrebbe senz’altro regalato altre perle cinematografiche se non fosse scomparso a soli 55 anni di età, a causa di un attacco cardiaco, mentre preparava una nuova triologia, dedicata a “La Divina Commedia” di Dante Alighieri. Insieme con il suo fido coautore, Piesiewicz, aveva già ultimato la prima sceneggiatura, che è stata utilizzata dal regista tedesco Tom Tykwer per il film “Heaven” del 2002.

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