Fra le tante tradizioni artigianali toscane, quella del rivestimento dei fiaschi è senz’altro una delle più particolari. Ma è anche una delle tante di cui si sta perdendo la memoria.
Toscana, terra di arte, cultura e paesaggio, ma soprattutto regione dalla grande tradizione enogastronomica. Parlando di Toscana non si può non pensare ai succulenti piatti della cucina povera contadina e ai bellissimi contenitori in cui essa viene preparata e servita. Come non subire il fascino di una ribollita portata in tavola in un bel tegame di coccio, oppure di un corposo Chianti versato in un bicchiere da osteria da un fiasco con la veste impagliata?
Oggigiorno purtroppo di fiaschi non se ne vedono più tanti, sono stati del tutto soppiantati dalle bordolesi, in virtù della praticità, dell’economicità e soprattutto della filosofia dell’usa e getta. A giro nei supermercati non se ne trovano quasi più e quei pochi che ci sono, al posto della tradizionale veste in paglia presentano un rivestimento realizzato con della dozzinale plastica. I toscani stessi non usano più questo contenitore, che ormai è diventato demodé, mero souvenir da turista, o oggetto da collezione.
E’ un vero peccato perdere la memoria di questo oggetto, che vanta addirittura origini trecentesche (v. testimonianze letterarie in Giovanni Boccaccio e pittoriche in Domenico Ghirlandaio o Sandro Botticelli) e la cui fabbricazione nelle zone dell’entroterra toscano tra Firenze e Siena nei primi del ‘900 ha dato da mangiare a tante famiglie.
La lavorazione dei fiaschi avveniva prevalentemente nella zona dell’Empolese – Valdelsa, ovvero fra Empoli, Castelfiorentino, Certaldo e Poggibonsi, città in cui erano dislocate le maggiori aziende produttrici di vetro e in cui si trovavano la maggior parte delle fiascaie.
La realizzazione dei fiaschi era difatti un’attività esclusivamente femminile e praticata da giovani ed anziane. Generalmente il mestiere veniva tramandato di madre in figlia. Si cominciava in genere intorno agli 8 – 10 anni a manipolare paglia e salicchio come un gioco e si procedeva successivamente a trasformare tutto ciò in una professione vera e propria che consentiva alle donne di contribuire al bilancio familiare e di crearsi anche un minimo di indipendenza economica.
Ad ogni fiascaia veniva assegnato dalla vetreria per cui lavorava un numero, assimilabile ad una sorta di iscrizione al libro paga, e con questo doveva presentarsi secondo una cadenza settimanale a ritirare la “gita”, ovvero un quantitativo di 60 fiaschi “ignudi”in vetro, che grazie ad un carretto di legno avrebbe portato a casa per rivestire. Nell’attesa e nelle pause di lavorazione il materiale, ossia fiaschi e paglia, era conservato all’interno di ceste di salcio adeguatamente poste a riparo dentro capanni. Prima di procedere al rivestimento la paglia veniva bagnata per renderla malleabile. La lavorazione vera e propria avveniva dentro le mura di casa, cosa che consentiva alle donne di occuparsi anche delle faccende domestiche e dei figli, e spesso era svolta in gruppo. Si trattava di vere e proprie catene di montaggio nelle quali ad ognuna era affidato un compito ben preciso, questo con l’intento di accelerare la lavorazione ed avere quindi un maggior guadagno. C’era chi si occupava di realizzare il “culo” del fiasco, ovvero quella ciambella rivestita di pacciame (scarti di paglia e salticchio) che serve a dare stabilità al recipiente, chi procedeva con la veste vera e propria, chi fabbricava le cordicine e chi le applicava al fiasco. Il lavoro procedeva velocemente e allo stesso tempo c’era modo di tenersi compagnia, di ridere, scherzare e scambiare due chiacchiere.
Terminato il lavoro i fiaschi venivano radunati “barili”, ovvero legati 20 per volta, dieci da una parte e dieci dall’altra, e così riposti nelle ceste successivamente riportate in azienda. Il lavoro veniva controllato e pagato. I fiaschi rotti venivano rimpiazzati e quelli rivestiti male dati indietro per una nuova lavorazione.
L’attività delle fiascaie è proseguita fino agli anni ’60 nella zona di Empoli e fino agli anni ’70 in quella della Valdelsa, conoscendo un picco soprattutto negli anni ’40, in concomitanza con la Guerra d’Africa. A quell’epoca la produzione viene infatti incrementata grazie alle continue esportazioni fuori continente. Probabilmente è a quel periodo che viene fatta risalire l’usanza di utilizzare delle striscioline tricolore nella veste dei fiaschi per l’individuazione del prodotto interamente italiano. I fiaschi erano prodotti essenzialmente in tre misure, il litro, il mezzo litro e il fiasco e servivano non solo a contenere vino ma anche a conservare legumi e conserve.
A partire dalla metà degli anni ’50 i fiaschi cominciavano ad essere prodotti con macchine semiautomatiche e, in quegli stessi anni, per ovviare alla contrazione della manodopera femminile venivano utilizzate apposite macchine rivestitrici, che consentivano di snellire i tempi di vestizione e, soprattutto, compiere l’operazione anche lontano dalle tradizionali aree in cui operavano le impagliatrici. Il fiasco, sebbene adeguato alle moderne esigenze di mercato, ha mantenuto inalterate le caratteristiche formali e ha continuato ad essere il naturale recipiente del vino toscano, sin quando le sofisticazioni enologiche non ne hanno compromesso la tradizionale immagine di contenitore di un ottimo prodotto alimentare. Inoltre, come già detto, i produttori di vino hanno cominciato a preferire la bottiglia bordolese, più economica e facilmente trasportabile.
Un ringraziamento particolare per la testimonianza sull’attività delle fiascaie va alla signora Annita Lazzerini di Poggibonsi (SI), mia nonna, che dall’età di 8 anni ha svolto con passione e con destrezza questa professione, della quale ricorda con estrema precisione ogni dettaglio e che è ancora in grado di praticare alla perfezione.
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